LA FORTEZZA

 
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La virtù della fortezza, nell’ambito della filosofia greca, è descritta da Platone nel dialogo “Lachete” come la “virtù del coraggio”.

In quell’opera il ragionamento inizia dalla domanda se la scherma sia utile per l’educazione dei giovani e procede affermando che sì, la scherma va considerata utile proprio perché funzionale per far nascere la virtù del coraggio nelle personalità in formazione.


Il coraggio (che in greco è chiamato andreia da ἀνήρ, ἀνδρός uomo) è qui inteso come fortezza d’animo. Nel corso del dialogo poi a tale prima definizione se ne aggiungono altre, in primo luogo, infatti, esso viene inteso anche come virtuosa pertinacia, accompagnata dalla ragione e dalla prudenza, poi come scienza delle cose temibili, anzi del bene e del male.


L’ἀνδρεία era considerata la virtù per eccellenza nella società greca antica, quella che caratterizzava l’eroe nel suo essere più intrinseco. Come tale, era vista come una virtù che il guerriero doveva manifestare in battaglia


Analizzando l’etimologia del termine greco (ἀνήρ, ἀνδρός) si comprende come il coraggio sia davvero la virtù per eccellenza dell’uomo.


La definizione che troviamo su Wikipedia del coraggio è che quest’ultimo rappresenta la virtù che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l'incertezza e l'intimidazione


Secondo il Vocabolario Treccani, la fortezza è la forza spirituale, soprattutto nel sopportare le avversità, il dolore fisico o morale, nel non cedere davanti a ostacoli o contrasti.


Nella teologia cattolica essa è una delle quattro virtù cardinali, considerata non solo come virtù morale naturale, ma come virtù infusa, cioè forza soprannaturale che rende l’uomo capace di compiere atti tali da meritare la vita eterna, come nei martiri; anche, uno dei sette doni dello Spirito Santo, che perfeziona la virtù e fortifica la volontà.


Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. 

La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. 

Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa


Bellissima è la definizione che ne dà Papa Francesco come Pazienza e perseveranza al servizio degli altri. Nelle parole del papa la fortezza è l’eroismo semplice della quotidianità ben illustrato da una poesia di Giosuè Carducci, “T’amo, o pio bove”, dove si parla di un bue condotto ad arare i campi. La sua forza è possente, ma infonde in chi lo guarda sentimenti di pace e dolcezza. Il bue avanza sotto il giogo, paziente e lento: il frutto del suo lavoro è per altri. Alla fine i versi “E del grave occhio glauco entro l'austera / Dolcezza si rispecchia ampio e quieto / Il divino del pian silenzio verde” sembrano alludere al significato cristiano di una creatura che vive con pazienza e mitezza la propria vita, docile alla storia di Dio

Essa è l’evangelica “hypomonè” - che spesso cita Papa Francesco - “quella pazienza che è portare sulle spalle le situazioni”, ma anche le persone affaticate e ferite dalla vita che Dio ci ha affidato, unite a noi dal giogo dell’amore


Assimilabile alla virtù della fortezza, nell’ambito degli studi psicologici è il concetto di resilienza, che indica la capacità di fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.